Intervento alla tavola rotonda ‘Esistono ancora le fiabe? Possiamo ancora scriverne o riscriverne?’ Cuneo, 2010

Fiaba, favola, mito, leggenda…. Forse bisogna prima guardare indietro, nella filiera di un percorso narrativo molto lungo, prima di capire cosa sia oggi la fiaba e se ancora abbia un senso. Primo venne il mito, senza dubbio, e poi – uno dalla costola dell’altro – tutti gli altri tipi di racconto, ed all’inizio si trattava di racconti orali, destinati quindi all’ascolto. Non dimentichiamolo.
Questi modelli narrativi hanno lungamente vissuto fianco a fianco e – compartendo nonn pochii elementi creativi e strutturali – hanno cominciato a generare ibridi. Poco a poco, ma molto efficacemente. I confini , dapprima ben marcati, si sono ampliati e a volte perfino dissolti. Si sono cominciate a scrivere favole con elementi fiabeschi, deviate verso il fantastico, fiabe con elementi favolistici, quindi orientate all’exemplum, e a poco a poco lo sconfinamento è diventata la regola.
L’apertura di queste frontiere ha generato, in tempi più vicini a noi, anche un transito verso la letteratura adulta (passaggio che a ben guardare sarebbe un ritorno, visto che fiaba, favola, leggenda e mito non erano in origine dirette ad un pubblico di bambini). Questa stessa deriva (uso questa parola senza intenzioni malevole) ha segnato la fortuna di alcune mode letterarie, come il realismo magico e di una certa narrativa venata di spiritualismo, che a sua volta amalgama come sa e come può altre derivazioni e manipolazioni. Lo stesso fantasy, a ben guardare, rappresenta un altro passaggio di queste fusioni e commistioni, orientato com’è a dividere il mondo in buoni e cattivi, nonché a popolarlo di esseri favolosi, attinti dall’epica, dal mito e dalle leggende sacre, da cui discendono le fiabe stesse, come figlie di un dio minore, per dirla con l’analisi di Mircea Eliade. E così il cerchio torna nel suo punto di origine, ma vi chiude dentro un immaginario molto più grande e complesso, nel quale entra anche la società contemporanea, e ci entriamo pure noi con i nostri miti , le angosce e i tormentoni della nostra epoca, i nuovi mostri e gli incubi nuovi, tutto quanto. I rimandi e i link si intecciano in insolite alleanze e le fiabe (continuiamo a chiamarle così) prendono forma nuova e nuovi linguaggi .
Tutto questo sembrerebbe dimostrare lo stato di ottima salute di quegli aspetti del racconto fiabesco originario (per noi europei, quello del ‘C’era una volta’) che scrittori dotati di ingegno e di immaginazione hanno saputo far transitare ad altri luoghi narrativi, lavorando sulle potenzialità nascoste del genere e mantendo intatta la sua matrice ricca di suggestioni.
Ciò dimostra anche che sarebbe impossibile, a mio modo di vedere, parlare del presente o del futuro della fiaba, senza mettere in conto l’apporto determinante del mito, della favola ecc… cioè della fusione che si è generata è che oggi forse ha raggiunto il culmine della confusione. ‘Confusione’, per me non è una butta parola. Se la si sa manipolare bene, la confusione può generare idee nuove. Ci sono insalate ben amalgamate e altre decisamente disgustose. Come sempre, dipende dalle intenzioni e dalle capacità degli attori.
Ciò dimostra pure che è un bella domanda chiedersi se la fiaba è esista ancora in sé, o meglio se si sia conservato qualcosa che le assomigli, e se e dove sia transitata ad esempio la sua antica anima popolare, il suo ruolo di storytelling , di intrattenimento insomma, al di là delle fusioni e contaminazioni in corso.
In ogni caso, va anche ricordato che anche questa fusione (queste fusioni multiple) di cui sto parlando, non è definitiva e non è totale, tanto è vero che lascia ancora spazi residui di rivisitazione di ogni singolo elemento. Sono spazi non così piccoli o irrilevanti come si potrebbe pensare, soprattutto se guardiamo al cinema di consumo, alle telenovele, e alla pubblicità televisiva, dove la modalità del ‘ricalco’ del modello fiabesco classico va ancora per la maggiore. E quindi, il più grande settore affabulatorio del mondo, la potentissima e rutilante fabbrica del sogni, continua a cannibalizzare le misere spoglie dei racconti di fate. Di questo argomento mi piacerebbe parlare, ma mi porterebbe lontano dal tema. Però insisto sul fatto che il modello base della fiaba tradizionale – quello di Propp, per intenderci – continua ad essere spendibile con grande successo di pubblico opportunamente travestito da fiction cinematografica.
La letteratura, però, è per sua natura più inquieta, incontentabile, curiosa, e dunque si è gettata a capofitto nella fusione, perché ci ha visto la possibilità di tirarne fuori qualcosa di buono. In effetti, è stata proprio una fusione ben condotta a ringalluzzire la narrazione stanca, ripetitiva, prevedibile del C’era una volta. Come il bacio di un principe azzurro, la fiaba è stata risvegliata dal sonno profondo in cui riposava. Cento anni dopo, più o meno.
Per l’Italia possono bastare due nomi: Gianni Rodari e Stefano Benni, due migranti tra generi letterari che hanno rinnovato il panorama letterario vivificandolo con nuove invenzioni narrative, nuovi argomenti, nuovo stile, nuovi intendimenti. Entrambi hanno scritto fiabe come non se ne erano mai viste: tanto per bambini quanto per adulti. Piacciano o non piacciano, hanno segnato la svolta.
Ripartiamo da qui, adesso. Riprendiamo dal tema del convegno. Dopo un percorso di così grandi trasformazioni e commistioni, io mi chiedo: possiamo ancora parlare di fiaba? Esistono racconti che possono essere qualificati come fiabe? Esiste un genere ‘fiaba’, vivo e presente? C’è un futuro per questo genere letterario?

Nel senso originario della parola, no. Lo schema della fiaba tradizionale è morto da un pezzo.
Nel senso nuovo che ho provato ad illustrare prima, senz’altro sì. Ma certo non mi azzarderei a chiamarla fiaba. Anzi, eviterei proprio di chiamarla così. Io non chiamerei fiaba, tanto per dire, il racconto breve di Dahl ‘La magica medicina’, dove pure compare la parola ‘magica’. Non chiamerei fiabe i miei ‘Faccia di maiale,’ ‘Leggera come una piuma’ o ‘Bimbambel’. E neanche tanti racconti di ottima qualità che scrivono i miei colleghi scrittori. Del resto, a ben guardare, non chiamerei fiabe o favole nemmeno i ‘vecchi’ racconti di Rodari.
Non si tratta, come potrebbe sembrare, di una questione nominalistica. E’ che la parola ‘fiaba’ evoca immediatamente un mondo popolato di fate, gnomi e castelli incantati. La fiaba non è stata solo questo, naturalmente ( una larga parte della tradizione fiabesca è decisamente ‘pulp’) ma essendo stata ridotta a lettura per bambini piccoli, è stata epurata dagli elementi disturbanti. Dell’immaginario più addomesticato che ne è rimasto nemmeno la Disney se ne vuole più occupare, figuriamoci quindi gli scrittori. Dunque la parola ‘fiaba’ marca ormai una zona morta. La parola, dico, non le potenzialità di uno strumento. Dare alle cose un nome che le rappresenti adeguatamente contribuisce a riempirle di significato.

Rodari stesso, per tornare a lui, aveva scritto ‘Favole… al telefono’ e non ‘Fiabe al telefono’. La parola favole rimandava subito al tema dei valori sociali, che gli interessavano parecchio, e quella modernità del ‘telefono’ alludeva al fatto che non si sarebbe parlato di principi in cerca di moglie. Un’altra volta aveva usato la parola ‘Novelle fatte a macchina’. Novelle è termine antico (Franco Sacchetti, mi viene in mente) ma dentro c’è la parola ‘nuovo’ e c’è pure la macchina da scrivere. E un’altra volta ancora aveva scritto ‘Storie per giocare’. Insomma, c’era evidente l’intenzione di proclamare che non si trattava di ripetizione di modelli già visti. Anche Rodari sentiva la scomodità della parola ‘fiaba’, secondo me, anche se è stato proprio dentro le fiabe che ha trovato la chiave di volta per raccontare i nostri tempi ai bambini. Per fare questo, ha dovuto andare prima in cerca di un nuovo immaginario condiviso, fondandolo su criteri che non potevano più essere quelli delle fiabe antiche. La lotta dei buoni contro i cattivi, per dirla tutta, non poteva essere più spacciata come una questione di buon cuore o di cattivo carattere. Non per Rodari. E nemmeno per gli scrittori di oggi. Almeno per me, no di sicuro.

Ancora oggi, e quindi forse anche domani, il luogo dove sopravvive il nocciolo duro della fiaba, la sua parte più autentica, è rappresentato oggi dal racconto breve (che potremmo chiamare ‘storia’ e non più ‘ fiaba’) e il suo Coriolano si chiama appunto Gianni Rodari. ‘Hic manebimus optime’, ha detto Rodari, piantando il suo vessillo dentro quello spazio narrativo. Un terreno che si è rivelato fertile quando è stato lavorato con onestà intellettuale, e non per produrre in serie o inseguire le mode.

Nel racconto breve basta, come nella fiaba, una invenzione letteraria piccola, ma folgorante, e occorre trovare una brevità di soluzione che condensi gli eventi e li esalti, li renda memorabili. Quante belle cose nuove si possono scrivere se si pesca nei piccoli eventi della vita senza pretendere di tirarne fuori romanzi a tutti i costi. Pochi personaggi e forte legame con la quotidianità, facendo suonare un solo strumento, mai tutta l’orchestra. Ma sempre lavorando con i sogni, le passioni, i problemi, le paure, le allegrie, le fantasie, le preoccupazioni, i dolori, le sconfitte, le speranze, lo scontento che abitano questo mondo. Accompagnata da una scrittura alta, divertente o aspra che sia, graffiante o malinconica. E senza mai dimenticare il punto di vista di un bambino.

Ciò che conta, dopo l’invenzione, è accompagnare l’idea al suo aprirsi in racconto con il sostegno di un ottimo stile letterario e di una integrità morale e professionale che impedisca i giochi facili. A volte la magia non serve nemmeno, in queste fiabe moderne. E comunque, se c’è, non dipende mai da una bacchetta magica, ma da come è congegnato il meccanismo del racconto. La vita è già straordinaria ed incredibile di suo, l’immaginazione di uno scrittore ha il compito di raccontare meglio e rendere godibili le sue sfaccettature. La rivisitazione di schemi già visti, la propaganda fin troppo facile di messaggi pieni di belle e vuote parole andrebbe punita, anziché promossa. Ma di questo sono responsabili gli editori.
In ogni caso, e questa è la mia risposta, il racconto breve è l’unico destinato a raccogliere il testimone della fiaba e a proiettarla nel futuro. L’unico che può ospitarla e trasformarla senza venire meno al compito antico per cui era nata: conservare un forte elemento di oralità per essere offerta anche ad un pubblico di ascoltatori. Non più intorno al camino, è chiaro, ma dentro una classe, una biblioteca. E nel cerchio più intimo di una cameretta, come viatico della buona notte.

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