Buongiorno a tutti.

Prima  di presentare la mia relazione, vorrei provare a raccogliere alcuni degli stimoli che ho sentito stamattina, tra parentesi una mattinata davvero interessante, proprio perché i contributi sono stati così diversi tra loro.
E’ da tempo che non partecipo ad una conferenza così ricca di punti di vista differenti e mi dispiace che ci sia poca gente ad assistere. Sono però contenta che vi sia una registrazione, perché i  contributi che ho ascoltato illustrano tutto quello che c’è da sapere per mettere a punto dei progetti con i libri e organizzare delle letture animate o degli incontri con l’autore. Sarebbe stato  un peccato disperdere tanti stimoli utili agli addetti ai lavori.

Vorrei quindi prima di tutto recuperare alcune cose che sono già state dette: non so se riuscirò a legarle tutte con un unico filo conduttore, ma ci voglio provare. Comincerei con sottolineare anch’io  il valore di un libro come Pinocchio, la cui straordinarietà come storia è stata qui giustamente ricordata. Le avventure di Pinocchio  sono il secondo libro più pubblicato al mondo ( il primo è la Bibbia, badate bene) e ciò dimostra come questa storia sia davvero un tessuto connettivo nel quale alla fine poi tutti potremmo riconoscerci.

Volevo anche aggiungere qualcosa rispetto alle origini dell’osservazione sul piacere di leggere: c’è uno scrittore ancora anteriore a Leopardi, che ha detto qualche cosa di molto moderno sul piacere di leggere. Si tratta di Jean Jacques Rousseau, un filosofo che non amava molto i libri, i libri di narrativa intendo dire. Difatti Jean Jacques Rousseau nell’ Emilio  dice che al suo alunno farà leggere Robinson Crusoe e nient’altro. Ma ad un certo punto fa un’osservazione importante: “Se noi vogliamo sperare che un bambino si appassioni alla lettura e ai libri – dice –  come possiamo pensare di proporgli questo piacere attraverso gli strumenti con i quali lo torturiamo a scuola?”.

Non sono le parole esatte naturalmente,  cito a memoria, ma il concetto è questo. E prosegue Rousseau: “Fate  che questi strumenti diventino strumenti di gioia ed egli vi accederà volentieri.”.

Mi sembra che queste parole siano il  fondamento di Nati per leggere.

Per rimanere vicino alle parole di Leopardi, vorrei aggiungere che i famosi versi “sempre caro mi fu quest’ermo colle e questa siepe che da tanta parte dell’universo il guardo esclude” mi fanno pensare proprio alla panchina di cui parlava prima Riccardo Massola, alla meditazione,  a momenti bellissimi di contemplazione, e anche di tempo perso a far vagare i propri pensieri.

Del tempo perso ha parlato una volta Michele Serra in una delle sue mirabili “amache” sospese tra le colonne di Repubblica, dicendo che proprio  una cosa che manca alla nostra società moderna e ai bambini di oggi è la perdita del tempo. Perdere tempo, sperdersi e anche annoiarsi sono secondo Serra atti utilissimi, ed io concordo pienamente.

La noia è uno degli elementi più creativi della vita dell’uomo se ben utilizzata. La noia ti insegna a divagare  e a sperderti produttivamente in un far nulla di cui la forma più alta e meravigliosa è appunto la lettura.

E per legare questo al piacere della lettura, ho trovato molto accattivante la classificazione che fa Astrid Lindgren dei libri: libri belli che piacciono agli adulti e non ai bambini, libri belli che piacciono ai bambini e non agli adulti, libri brutti che piacciono ai bambini, libri brutti che non piacciono agli adulti e viceversa.

E’ proprio così, difatti. Ma allora, in un progetto che intenda promuove la lettura, quale può essere il criterio di scelta che non deluda nessuno? Io non credo di avere una risposta assoluta, naturalmente, però so cosa funziona con me, negli incontri che io faccio con le scuole, e cosa ha funzionato per me e con me quando io sono stata lettrice di racconti  per le mie figlie e per qualcuno dei miei nipoti. Funziona il libro che è bello per entrambi, nel rapporto, diciamo, che si crea tra l’adulto e il bambino mentre condividono l’esperienza della narrazione e dell’ascolto.

Quindi, nel caso di un bambino che non è ancora in grado di leggere una storia da solo – che è appunto il caso di Nati per leggere –  direi che la risposta potrebbe essere questa: un racconto funziona, una storia funziona, quando piace a chi la legge e piace a chi l’ascolta. Nel catalogo stilato con ottimo senso dell’humor dalla Lindgren, quindi, io aggiungerei anche i libri condivisi, perché per fortuna ce ne sono.

Proprio come ricordava Silvia Iannazzo – che ha parlato prima e ha richiamato  alcune modalità fondamentali  della lettura ad alta voce per i bambini –  è molto importante quanto noi crediamo non solo nella storia che leggiamo, ma anche nella nostra capacità di  trasmissione.

Senza il trasporto di chi legge è molto difficile far passare qualche cosa a chi ascolta. Però non è detto che tutto ciò che piace a noi piace anche all’ascoltatore: é proprio in questa capacità o questa fortuna di trovare un libro che ottiene questa risposta da chi legge e  da chi ascolta, la vera e propria quadratura del cerchio. Tra i libri che ho scritto io, per esempio,  ritengo che sia Bimbambel a garantire meglio il gradimento di chi legge e di chi ascolta, poiché ha un doppio livello di lettura, che soddisfa l’adulto e il bambino insieme.

Bimbambel  è il libro che più di tutti mi ha dato ogni volta la sensazione che dall’altra parte c’era sempre una risposta di gradimento uguale al mio piacere di leggere e che questa sorta di alchimia si rinnovava ogni volta in modo  sempre uguale.

Chi di voi ha provato l’esperienza massacrante di avere un bambino che chiede sempre la stessa storia, sa che però se questa storia è bella, anche la ripetizione diventa bella e piacevole, diventa rito e quasi un’icona della storia famigliare.

Ma non c’è solo la lettura. Come sottolineava prima Silvia, esiste anche il racconto orale e io sono convinta come lei che sarebbe da riscoprire e potenziare: sia nei progetti di Nati per leggere, sia a scuola, sia a casa  con i nostri bambini.

Raccontare una storia senza leggerla, appropriandosi delle parole del testo e modificandole, se occorre: anche questa è un’esperienza di grande impatto emotivo, che ci riporta al cerchio degli uomini intorno al fuoco, luogo di nascita della parola.

L’oralità ci libera dalle pagine da girare: possiamo più liberamente guardare in faccia chi ci ascolta, possiamo più liberamente muovere il nostro corpo, toccare le persone, abbracciarle, esprimere anche con il corpo, diciamo così, tutta la passione e il sentimento che sta dentro la storia.

È un veicolo straordinario di comunicazione la parola, soprattutto quando – come sottolinea lo scrittore Peter Bichsel –  invece di dire una cosa a qualcuno noi gliela raccontiamo. Se fossimo abbastanza bravi noi potremmo fare anche il racconto della vita quotidiana. In ogni caso, esistono tanti libri che raccontano storie e possiamo prenderle in prestito, farle nostre mettendoci le nostre parole e la nostra vita, che è in fondo ciò che ci offre di più arricchente la letteratura.

Una volta che tu hai letto il libro e conosci la storia, puoi trovare in questa storia una misura adatta alle persone che sono lì davanti a te, che sia il tuo bambino che sia un gruppo di bambini. Puoi modulare, modificare, trasformare quel racconto e renderlo nostro, cioè nostro del gruppo di lettura, togliendo delle cose, mettendone altre, introducendo degli elementi diciamo così nostrani, interni al gruppo che interagisce. Questa è una grande risorsa dell’oralità.

L’altro tema rilevante  che è stato toccato prima del mio intervento riguarda gli ambienti.. È vero, anch’io come Raffaella Magnano rimango esterrefatta davanti a certe situazioni in cui mi trovo ad agire. Per esempio:  mi invitano in una scuola a fare un incontro in palestra. In palestra? Com’è possibile che una persona che lavora tutti i giorni con i bambini, e sa cosa significa lavorare con i bambini, può immaginare che uno scrittore possa incontrare dei bambini in una palestra? Potete immaginare un ambiente più dispersivo, più anonimo, più disturbante, più lontano dall’affettività di una palestra? Pensate all’acustica, allo squallore delle pareti e dei muri. Pensate al freddo che ci fa. La palestra di solito è il luogo più brutto di una  scuola. Come potrebbe avvicinare al bello letterario? Non c’è proprio speranza.

Ecco, allora, anche queste considerazioni sono molto importanti perché quando si fanno progetti che vogliono veicolare il piacere di leggere, l’ambiente ha un’importanza straordinaria. Le  immagini della bella biblioteca che abbiamo visto prima  nel filmato, i colori delle pareti e dei complementi di arredo, la versatilità dei luoghi e degli oggetti, ma anche gli spazi di  raccoglimento sono elementi fondamentali per stare bene e facilitare l’ascolto. Noi stessi quando siamo seduti su una sedia scomoda, per quanto possiamo essere dei lettori appassionati, facciamo fatica a resistere e andiamo a cercarci un posto più comodo. Ricordate le divertenti raccomandazioni di Italo Calvino in  Se una notte d’inverno un viaggiatore alla persona che si appresta a leggere il suo libro?

– Sei seduto bene? – gli chiede –  la luce è quella giusta? hai freddo? hai già fatto pipì? Perché dopo magari il libro è interessante ti scoccia alzarti da dove sei seduto. E’ tutto a posto, tutto ok? C’è tutto quello che ti serve? Allora possiamo cominciare.

Così dovrebbe funzionare anche un incontro. La lettura ha bisogno di riti, ma ha bisogno anche di essere accolta. Se la lettura privata ha bisogno dell’accoglienza di un grembo, le ginocchia della mamma, del papà, oppure la poltrona, o come vedremo in Bimbambel il lettino dove si raccontano le  storie della buona notte prima di fare la nanna, figuriamoci se questo non deve valere per un contesto meno intimo, dove la capacità dell’ascolto è resa più difficile dal fatto che magari questi bambini  che ascoltano potrebbero essere estranei l’uno all’altro. Quindi l’elemento di accoglienza è dato dall’armonia, dalla calma, dalla placidità. Non dico che il luogo in cui si ascolta debba essere come un utero, ma almeno un posto tranquillo, un’isola felice nella quale ci si possa sedere tranquillamente, accomodare come si vuole e ascoltare in pieno relax..

Infine l’ultima cosa che volevo dire su questo argomento, riguarda un altro richiamo importante  fatto da più parti stamattina: l’attenzione alla formazione del gusto. Soprattutto Raffaella Magnano ne ha parlato, ma è chiaro che si riferiva anche al gusto della scelta dei libri, al gusto della lettura, che sono appunto il nostro argomento principe.

Io credo che un altro elemento  ancora carente nei progetti lettura e su cui noi dovremmo sicuramente lavorare ancora tanto è proprio la stimolazione del gusto del bello, che si forma attraverso le immagini dei libri. Un bambino non legge le parole, è vero, però legge le immagini e le legge molto bene. Scova spesso nelle illustrazioni quel che noi non vediamo e trova delle altre storie da raccontarci nelle immagini che vede dentro ai libri che sfoglia. È un processo di lettura ed interpretazione artistica molto importante, che sviluppa l’immaginazione e il gusto del bello. La collana delle Rane Grandi di Interlinea ha fatto un must di questo compito, e lo si vede nelle scelte che ha compiuto di illustratori sempre diversi, con segni diversi, con suggestioni diverse, perché il rischio grave che noi abbiamo è quello di offrire un pensiero unico dell’illustrazione e quindi un mono-gusto o un gusto seriale.

Quando entro in un nido e vedo, per esempio, solo le riproduzioni di Disney, mi deprimo alquanto, e non perché Disney non mi piaccia. Mi va benissimo Disney, figuriamoci, ma  credo che il senso del bello si formi in un bambino  attraverso le differenze. Soltanto se noi riusciamo a veicolare questa idea che ogni illustratore, essendo artista, offre un mondo narrativo di ricchezza, di stimoli diverso con segni diversi, possiamo educare il gusto dei bambini, aiutarli a motivare le proprie scelte. Le diverse forme con cui si esprime il bello dovrebbero essere fatte conoscere ai bambini fin dall’inizio.

Altrimenti il rischio  è quello dell’omologazione, ovvero l’incapacità di distinguere, proprio perché non ci sono state offerte proposte tra cui poter distinguere. Ne conosciamo solo una, che ci viene continuamente riproposta, come nell’omologazione dei programmi televisivi. Nulla di più dannoso per la crescita di persone dotate di un pensiero autonomo.

E quindi la ripetizione monotona – solo Disney con i suoi cloni, ma anche solo Pimpa o solo Giulio Coniglio (o solo Stilton, per i più grandi) – non aiuta la formazione e la crescita dell’idea di bello. Questo concetto è riconosciuto dagli operatori e dagli educatori, almeno a parole, non so se anche nei fatti,  per ciò che riguarda  la letteratura. L’aspetto artistico, però, è spesso tralasciato. Invece secondo me – lo ripeto – veicolare, educare al bello, anzi ai belli, ai vari modi di esprimere la bellezza,  é un’operazione  importante, utile alla formazione di un gusto personale che mi sembra l’unica difesa dalla massificazione a cui rischiamo di andare incontro in tutti i settori.

Vi vorrei adesso raccontare una delle mie storie, per passare dalle parole ai fatti, che forse illustrano meglio l’argomento di cui ci occupiamo. Ho scelto di presentarvi Bimbambel edito da Interlinea nelle Rane Grandi,  perché mi sembra che in questo libro siano condensati quegli elementi  su cui è fondata l’iniziativa di Nati per leggere.

Ho cominciato a scrivere Bimbambel partendo da  un’immagine un po’ folle:  un uomo che costruiva un ventaglio con un numero sterminato di piume di gabbiano per fare le onde del mare. Da lì è partito tutto, da lì si è scatenato il meccanismo creativo che ha generato  la storia.

Solo dopo, quando il libro è stato pubblicato, ho capito che senza volerlo avevo scritto una specie di manifesto sul piacere di leggere e di ascoltare. Me ne sono resa conto nelle risposte che ho ricevuto dai lettori, perché molti mi hanno scritto parlando di questo libro. Molti genitori dicevano, un po’ scherzando e un po’ sul serio, che erano disperati perché non ne potevano più di leggerlo e rileggerlo ai loro bambini. Di Bimbambel , mi ha scritto qualcuno, si potrebbe dire quello che si scrive sulle medicine: “ può indurre  effetti collaterali indesiderati”. Uno di questi  é che  per tre, quattro, cinque mesi, non ci si salva dalla sua rilettura quotidiana.

Questo libro racconta storie di viaggi. Non sto qui a dilungarmi sul significato metaforico del viaggiare, anche se  effettivamente potremmo partire da qui, da un “ viaggio verso il piacere di leggere”. Nel libro ci sono delle illustrazioni bellissime e  delle immagini facilmente leggibili, benché molto ragionate, perché la semplicità nell’arte è il punto di arrivo, mai quello di partenza. L’illustratrice – Giulia Orecchia – è infatti prima di tutto un’artista capace di comunicare con i bambini. Nella prima illustrazione c’è subito  la tenera magia della notte, e il gesto protettivo del papà che tiene in braccio il suo bambino. L’accoglienza, il calore, l’affettività, lo scambio, ecco cosa ci vuole per cominciare un racconto,  come sottolinea  anche il decalogo di Nati per leggere .

Il papà racconta una prima storia molto corta, e si capisce che vorrebbe sbrigarsela in fretta. Sa che il bambino desidera una storia della buonanotte ma lui al principio vuole cavarsela alla buona, ha altro da fare, chissà, forse vuole godersi un film in TV. Tutti abbiamo passato questi momenti e sappiamo quanto possiamo essere egoisti come genitori. Ma il bambino lo inchioda, lo incatena con tre semplici parole: ‘ e poi  papà?’.

E il papà si arrende ed è costretto a raccontare una seconda storia, una terza, una quarta, una quinta fino a quando il bambino non si è addormentato. E possiamo anche immaginarci, sebbene il racconto non lo dica, che alla fine anche il papà si sia divertito e si senta gratificato, molto di più che davanti alla televisione.

Come dice bene Pennac in un suo ormai famosissimo best seller sul piacere di leggere, proprio in questo rapporto, in questa perdita di tempo, in questo dedicare un momento ai propri figli (o ai propri alunni, studenti), attraverso una cosa perfettamente inutile e così importante com’è la narrazione, sta la chiave che spalanca le porte della letteratura.

Noi mandiamo continuamente ai bambini  segnali con cui gli diciamo che non abbiamo tempo,  e se ci sediamo a leggergli una storia il bambino non soltanto capisce e gode la storia, ma capisce anche il regalo che gli stiamo facendo, perché siamo lì, seduti a  ‘ far niente ’ con lui. E il bambino lo sa – perché glielo abbiamo detto centinaia di volte – che il nostro tempo è poco e molto prezioso. Dunque il gesto che fa questo papà è  un gesto d’amore. E senza un gesto d’amore  anche Nati per leggere sarebbe una cosa fredda,  già morta in partenza, come una medicina anonimamente prescritta in un pronto soccorso. Invece chi la porta avanti sono bibliotecari, insegnanti, educatori, operatori che ci credono prima di tutto come persone, semplicemente perché a loro volta  amano i libri e la lettura.

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